Basta Pac-Man per modificare i ricordi?

Pac-Man disegnato a matita, con la scritta AI sul corpo, mangia una vecchia foto di famiglia.

Come le immagini ritoccate possono cambiare ciò che ricordiamo


Immaginiamo una domenica pomeriggio. Il telefono propone, come fa ogni tanto, un ricordo di qualche anno fa: la festa per gli ottant'anni della nonna. Sotto la foto c'è un pulsante che invita a migliorarla. Un tocco, e il cielo grigio di quel giorno diventa azzurro. Un altro, e il cugino che aveva gli occhi chiusi adesso li ha aperti. Un terzo, e la foto si anima: la nonna sorride, gira la testa, sembra quasi salutare.

È bella. È più bella di com'era. E fra cinque anni, quale delle due ricorderemo?

Uno studio presentato nel 2025 prova a misurare che cosa succede alla nostra memoria quando rivediamo un'immagine ritoccata con l'intelligenza artificiale. Non risponde alla domanda sui cinque anni e non usa foto di famiglia dei partecipanti. Mostra però che, anche in una prova breve, un dettaglio aggiunto può finire fra quelli che crediamo di aver visto nell'originale.

Vale la pena leggerlo insieme alle ricerche che lo hanno preceduto, per capire che cosa possiamo ricavarne a scuola e a casa. Riprendiamo così un filo aperto presentando questa rubrica: la disinformazione che può passare attraverso i contenuti sintetici, cioè prodotti o modificati da un'IA.

Lo studio: 24 foto, due minuti di Pac-Man e un dettaglio cambiato

Lo studio si intitola Synthetic Human Memories («memorie umane sintetiche») ed è firmato da un gruppo del MIT Media Lab guidato da Pat Pataranutaporn e Pattie Maes, insieme a una delle più importanti studiose della memoria al mondo, Elizabeth Loftus. È stato presentato a CHI 2025, la conferenza dell'ACM sull'interazione persona-computer.

Duecento persone adulte, residenti negli Stati Uniti, guardano per due minuti 24 fotografie: scene di vita quotidiana, foto di cronaca, immagini documentarie. Poi giocano due minuti a Pac-Man: è una pausa per distogliere l'attenzione dalle foto, uguale per tutti. Quando rivedono le immagini, il formato cambia a seconda del gruppo a cui sono state assegnate casualmente. I gruppi sono quattro, da 50 persone:

  • chi rivede le foto originali (è il gruppo di controllo, cioè quello con cui si confrontano gli altri);
  • chi rivede le stesse foto, ma 12 su 24 ritoccate con uno strumento di IA (un sorriso aggiunto, un mezzo militare comparso, il cielo di un'altra ora del giorno);
  • chi vede brevi video di 5 secondi generati dall'IA a partire dalle foto originali;
  • chi vede video generati dalle foto già ritoccate.

Alla fine, 24 domande sulle foto originali, con il dettaglio chiave coperto. Per esempio: nella foto del matrimonio, la sposa sorrideva? Sì, no, non so. E quanto ne sei sicuro, da 1 a 7.

Lo studio è preregistrato: i ricercatori dichiarano di aver fissato in anticipo ipotesi e piano di analisi. È una pratica che rende più trasparenti le scelte e aiuta a distinguere le verifiche previste dalle analisi suggerite dai risultati; non è, da sola, una garanzia della qualità dello studio.

L'analisi principale riguarda le 12 foto selezionate per il ritocco e le loro versioni nei quattro gruppi. I risultati, in sintesi:

  • chi ha rivisto le foto ritoccate ha avuto 1,67 volte i falsi ricordi del gruppo di controllo;
  • chi ha visto i video ottenuti dalle foto ritoccate, 2,05 volte;
  • chi ha visto i video delle foto originali, 1,25 volte: una differenza che non risulta statisticamente significativa rispetto al controllo. In questa prova, dunque, l'aumento è chiaro nei gruppi esposti ai dettagli ritoccati; non basta a concludere che l'animazione da sola sia sempre innocua.

In numeri assoluti, si passa da circa 2,3 risposte errate su 12 nel controllo a 3,8 con le foto ritoccate e 4,6 con i video ricavati da quelle foto. Sono errori nel ricordo di dettagli appena osservati: non interi episodi di vita inventati.

C'è poi un dato che inquieta di più: con i video delle foto ritoccate cresce anche la sicurezza con cui si dà la risposta sbagliata (in media 5,4 su 7, contro 4,5 del controllo). Ricordiamo male, e ne siamo più convinti.

Ultimi due dettagli, che torneranno utili. Le immagini mostrate dopo la pausa portavano un'etichetta, «AI-enhanced image», cioè «immagine migliorata con l'IA»: i partecipanti sapevano di guardare qualcosa passato per un'IA. E né la familiarità con i filtri né lo scetticismo verso i media hanno protetto nessuno; l'età ha pesato poco (i più giovani un po' più suscettibili). Gli autori lo dicono così: «anyone, regardless of their background or expertise, could potentially fall victim to false memories when exposed to altered media» (chiunque, a prescindere da formazione o competenza, può cadere nei falsi ricordi se esposto a contenuti alterati).

Nessuno è immune per il solo fatto di "saperne di IA". E questo, per chi fa educazione digitale, è già un primo scossone.

La memoria non è un archivio: cinquant'anni di Loftus

Per capire questo studio bisogna fare un passo indietro. Siamo abituati a pensare la memoria come un archivio: un cassetto dove le cose vengono messe e poi ritrovate, magari un po' sbiadite. La psicologia ci dice da tempo che non funziona così. La memoria è ricostruttiva: ogni volta che ricordiamo, ricomponiamo l'evento con i pezzi che abbiamo, e fra quei pezzi può entrare anche quello che abbiamo sentito, letto e visto dopo.

Elizabeth Loftus studia questo fenomeno dagli anni Settanta. Lo ha raccontato lei stessa in un articolo per Scientific American del 1997. Il primo filone è l'effetto di disinformazione: le persone guardano un incidente simulato a un incrocio con un segnale di stop; a metà di loro, dopo, viene suggerito che il segnale fosse un «dare precedenza». Interrogate più tardi, molte di quelle persone ricordano proprio il «dare precedenza». Già allora Loftus riferiva di aver condotto con i suoi studenti oltre 200 esperimenti con più di 20.000 persone su questo meccanismo.

Poi il passo più audace: non cambiare un dettaglio, ma far ricordare un evento mai accaduto. È il celebre esperimento del «perso nel centro commerciale». Ai partecipanti viene dato un libretto con quattro brevi racconti della loro infanzia: tre veri, raccolti dai familiari, e uno inventato dai ricercatori, in cui da piccoli si perdevano in un centro commerciale e venivano consolati da una signora anziana. Sette persone su 24 ricordano, in parte o del tutto, l'episodio inventato; sei continuano a ricordarlo anche nei colloqui successivi. Loftus osserva anche che immaginare un evento aumenta la fiducia che sia davvero successo.

Le immagini possono influenzare anche il modo in cui ricordiamo eventi pubblici. Un esempio viene da una ricerca condotta in Italia.

Nel 2007 Dario Sacchi e Franca Agnoli dell'Università di Padova, con la stessa Loftus, pubblicano su Applied Cognitive Psychology due esperimenti. Usano due foto: quella celebre del giovane davanti ai carri armati a Pechino, durante gli eventi di piazza Tienanmen del 1989, e una del corteo di Roma del 15 febbraio 2003 contro la guerra in Iraq. Nella prima aggiungono una folla ai lati della strada; nella seconda, poliziotti e manifestanti dall'aspetto aggressivo. Ogni partecipante vede una versione di ciascuna foto, originale o ritoccata, e poi risponde a un questionario.

Nel primo esperimento, con 187 studenti universitari, chi ha visto il corteo di Roma ritoccato risponde molto più spesso che ci sono stati scontri, danni e feriti: i feriti, per esempio, li indica il 67% contro il 34% di chi ha visto la foto originale. E il 15,7% dice che ci sono stati dei morti, contro il 2,3%: quasi sette volte di più, per una giornata in cui non è morto nessuno. Lo stesso corteo viene giudicato più violento e più negativo. Per Pechino, invece, la folla aggiunta fa crescere solo la stima di quante persone c'erano.

Il secondo esperimento ripete la prova con 112 iscritti all'Università della Terza Età di Udine, fra i 50 e gli 84 anni, e con un'istruzione esplicita: ignorare la foto e rispondere solo in base al proprio ricordo dell'evento. L'effetto resta: ancora più scontri, danni e feriti, e morti dichiarati quattro volte più spesso. In questo gruppo è stata misurata anche la disponibilità a partecipare a una manifestazione simile, ed è un po' più bassa in chi ha visto la foto ritoccata. Nei commenti lasciati alla fine, nessuno ha messo in dubbio che le foto fossero autentiche.

Il ritocco, quindi, può influenzare ciò che riferiamo di un evento pubblico, il giudizio che ne diamo e persino le intenzioni dichiarate. Gli autori avvertono che i media, usando foto ritoccate, potrebbero cambiare il modo in cui ricordiamo la storia. Ed era il 2007: per produrre questi effetti bastava il fotoritocco tradizionale.

Leggere uno studio oltre il titolo (e oltre l'allarme)

Una revisione sistematica di Brewin e Andrews (2017) ha raccolto e confrontato, con criteri espliciti, le ricerche sui falsi episodi d'infanzia. Negli esperimenti che cercano di indurre questi ricordi, anche con foto ritoccate, una qualche esperienza di ricordo compare in media nel 47% dei partecipanti; con criteri più rigorosi, la stima dei ricordi pieni scende al 15% circa. Avere un'immagine mentale, credere che un episodio sia accaduto e sentirsi di ricordarlo non sono la stessa cosa.

Uno studio del 2023 su PLOS ONE di Murphy e colleghi, con 436 partecipanti, ha confrontato deepfake di remake mai girati con semplici descrizioni scritte degli stessi film inesistenti. Nei deepfake, l'IA sostituiva il volto degli attori: per esempio, Will Smith diventava Neo in Matrix. Il tasso medio di falsi ricordi per i film presentati in video era del 49%, ma la definizione comprendeva anche chi diceva di averne soltanto sentito parlare. Non emergevano differenze statisticamente significative rispetto alle descrizioni scritte. Gli autori richiamano anche un esperimento di Garry e Wade (2005): per far «ricordare» un giro in mongolfiera mai fatto da bambini, un racconto fuorviante produceva più falsi ricordi (80%) di una foto ritoccata (50%).

Anche lo studio italiano va letto fino in fondo. Sono gli stessi Sacchi, Agnoli e Loftus a scrivere che un questionario a scelta multipla non permette di distinguere fra un ricordo davvero modificato e la semplice accettazione di ciò che la foto suggerisce, e a proporre per il futuro una prova prima dell'esposizione e una a distanza di tempo. Il loro studio misura le risposte date subito dopo aver visto la foto: non dice quanto a lungo l'effetto resti.

Allora: allarme rientrato? Non proprio. Il meccanismo è antico; la scala, la facilità e la qualità del ritocco sono nuove. E la memoria si lascia guidare dalle parole almeno quanto dalle immagini.

Una domanda per noi lettori, prima di andare avanti: quante volte, condividendo una notizia, abbiamo letto il contenuto e non solo il titolo o la sintesi?

Il bollino non basta: etichette e falsa sicurezza

Torniamo all'etichetta. È una delle risposte che le piattaforme e i legislatori stanno dando ai contenuti generati dall'IA: segnalarli. Ha senso. Ma nello studio del MIT, nonostante le etichette, si è osservata comunque una formazione significativa di falsi ricordi nelle condizioni con immagini modificate. Lo studio non era pensato per confrontare tipi diversi di etichetta, quindi non dice quale funzionerebbe meglio; gli autori propongono di passare da etichette che informano a strumenti che spingano a ragionare.

Una ricerca del 2025 di Sandra Höltervennhoff e colleghi, ancora in forma di preprint, aggiunge un tassello. Con cinque gruppi di discussione e un'indagine su 1.354 persone, ha trovato che le etichette riducono la fiducia nelle affermazioni false accompagnate da immagini generate con l'IA. Ma producono anche un effetto collaterale: le persone si affidano troppo all'etichetta. Credono di più alle affermazioni false illustrate da immagini che includono persone, e dubitano di quelle vere quando l'immagine è etichettata come IA.

È un meccanismo che conosciamo: quando un sistema ci dice "di questo puoi fidarti" o "di questo no", tendiamo a smettere di guardare con i nostri occhi.

  • Se un'etichetta ci rassicura, che cosa succede alle immagini false che l'etichetta non ce l'hanno?
  • Se un'etichetta ci allarma, che cosa succede alle immagini vere ritoccate solo nei colori?
  • E chi decide che cosa va etichettato?

Che cosa insegniamo davanti a un'immagine?

Se nemmeno la familiarità con l'IA protegge, e l'etichetta da sola non basta, la tentazione è arrendersi. Ma gli stessi autori dello studio indicano una direzione: l'educazione dovrebbe spiegare come la nostra memoria ricostruisce le informazioni, non solo come funzionano gli strumenti che le modificano. È una differenza importante. Non basta sapere che esiste il ritocco: bisogna sapere che noi siamo fatti in modo da assorbirlo.

Il problema non è solo il ritocco, perché crediamo più volentieri a quello che conferma ciò che pensiamo già, e lo facciamo girare senza chiederci da dove arriva. Il suo rimedio è vecchio, noioso e richiede tempo. Si chiama verifica delle fonti.

Qui, ed è una nostra riflessione più che un dato degli studi, si aprono tre piste per chi educa:

  • Conoscere la propria memoria: raccontare ai ragazzi (e a noi stessi) che ricordare è ricostruire, che la sicurezza non è una prova e che un'immagine vista dopo può interferire con il ricordo di quella vista prima.
  • Curare le immagini di famiglia: conservare gli originali accanto alle versioni modificate e rendere riconoscibili i ritocchi. Se animiamo una foto di chi non c'è più, tenere traccia del fatto che quel gesto è stato generato e non ripreso.
  • Risalire alla fonte: prima di condividere, cercare chi ha scattato la foto, quando e in quale contesto. Poi verificare se la didascalia descrive davvero ciò che l'immagine documenta.

Lo avevamo detto parlando di IA che entra in casa, in Tre notti insonni: la competenza non è saper usare lo strumento, è saper riconoscere l'incantesimo mentre funziona. Con le immagini l'incantesimo è più sottile, perché non lavora solo su ciò che crediamo. Lavora su ciò che ricordiamo.

Chi custodisce i nostri ricordi?

Le immagini sono sempre state ritoccate: dai ritratti ufficiali corretti a mano alle foto di cronaca degli anni Duemila. La differenza è che oggi il ritocco lo fa il telefono, in un secondo, spesso proponendolo lui. E lo fa sulle foto più preziose: quelle personali, quelle di famiglia, dei viaggi, delle persone che non ci sono più.

Non si tratta di rinunciare a questi strumenti, né di guardarli con sospetto a ogni scatto. Si tratta di sapere che cosa fanno, a noi oltre che alle foto.

Quando un'app ci propone di "migliorare" un ricordo, quale ricordo vogliamo tenere: quello più bello o quello vero?

Questo post è parte della rubrica TrAIettorie di cui potete trovare l'indice completo qui.